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Gestione del rischio di terze parti: cos’è e perché è diventata strategica per le aziende

Scopri cos’è la gestione del rischio di terze parti e come monitorare fornitori e partner per ridurre rischi operativi, reputazionali e di compliance.

 
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Gestione del rischio di terze parti: cos’è e perché è diventata strategica per le aziende

Scopri cos’è la gestione del rischio di terze parti e come monitorare fornitori e partner per ridurre rischi operativi, reputazionali e di compliance.

1. Gestione del rischio di terze parti

Le aziende moderne dipendono sempre più da fornitori, partner commerciali, consulenti, piattaforme tecnologiche e una vasta rete di stakeholder esterni. La trasformazione digitale, la globalizzazione delle filiere e l’esternalizzazione di processi critici hanno moltiplicato i punti di contatto con soggetti terzi, rendendo l’impresa un ecosistema complesso, aperto e interconnesso.

Questa interdipendenza genera opportunità — velocità, specializzazione, scalabilità — ma introduce anche nuove vulnerabilità. Un singolo anello debole nella catena del valore può compromettere continuità operativa, reputazione, conformità normativa e risultati economici. Incidenti informatici presso un fornitore, comportamenti non etici di un partner commerciale, insolvenze improvvise, violazioni di dati, contenziosi o criticità reputazionali possono propagarsi rapidamente e colpire l’azienda committente con effetti amplificati.

In un contesto in cui le autorità di vigilanza richiedono maggiore trasparenza, le normative si evolvono (dal quadro europeo sulla resilienza operativa digitale alle linee guida sul rischio terze parti), e gli stakeholder pretendono comportamenti responsabili lungo tutta la filiera, la gestione del rischio di terze parti non è più un’attività accessoria. È diventata una componente essenziale delle strategie di governance, compliance e sicurezza aziendale.

Gestire correttamente il rischio di terze parti significa conoscere chi entra nella filiera, comprendere il livello di esposizione che ogni relazione genera, valutare l’affidabilità dei partner, monitorare nel tempo segnali di deterioramento e predisporre meccanismi di risposta rapidi. Significa, soprattutto, assumere una visione proattiva: non limitarsi a reagire ai problemi, ma prevenirli attraverso processi strutturati, fonti informative qualificate e una cultura aziendale orientata alla responsabilità.

In questo scenario, la due diligence e il monitoraggio preventivo delle terze parti diventano strumenti indispensabili per proteggere l’impresa, rafforzare la resilienza e garantire che l’ecosistema di partner contribuisca alla crescita, non al rischio.

2. Che cos’è la gestione del rischio di terze parti

Il Third-Party Risk Management (TPRM) è l’insieme dei processi, delle metodologie e dei controlli che un’impresa deve adottare per identificare, valutare, monitorare e mitigare i rischi derivanti dai soggetti esterni con cui intrattiene relazioni operative o commerciali. Questo processo non si limita soltanto a verificare la solidità di un fornitore ma mette sotto la lente l’intero ecosistema di partner, consulenti, outsourcer, piattaforme tecnologiche, distributori, subappaltatori e stakeholder che contribuiscono alla catena del valore. 

L’azienda, attraverso il TPRM, può comprendere quanto la terza parte possa influire sulla sicurezza, sulla continuità operativa, sulla conformità normativa e sulla reputazione e può adottare misure proporzionate al livello di esposizione. 

L’evoluzione tecnologica, la digitalizzazione e l’esternalizzazione dei servizi hanno ampliato il perimetro aziendale rendendo superfluo un approccio focalizzato soltanto sui processi, le risorse interne e sulle vulnerabilità direttamente controllabili. L’azienda è oggi una realtà che “parla” e interagisce con il mondo, come nodo di una rete complessa e questo, inevitabilmente, porta alla propagazione dei rischi, alla necessità di conoscere i processi e le specificità di un’azienda partner e a una responsabilità diretta dell’azienda in caso di criticità. 

Non bisogna però confondere l’attività di gestione delle controparti con la gestione del rischio derivante dalle controparti. Nel primo caso si tratta dell’ordinaria attività amministrativa e operativa che riguarda la relazione con fornitori e partner (contratti, ordini, rapporti, fatturazione, ecc…). Il TPRM è invece un’attività strategica che valuta i rischi che potrebbero derivare dalla relazione tra le due aziende (rischi operativi, reputazionali, legali, finanziari o di sicurezza). 

La gestione del rischio è sempre più priorità trasversale per tutte le funzioni della governance aziendale e coinvolge il management, la compliance e il security management. I vertici aziendali devono infatti garantire resilienza, continuità operativa e affidabilità della filiera. Le normative, nazionali e internazionali, richiedono monitoraggi sempre più stringenti sulle terze parti. In un mondo e in un contesto di impresa fortemente digitalizzato il rapporto con i fornitori ed eventuali carenze da parte di questi nella gestione della sicurezza può diventare la porta di accesso per i cybercriminali. 

Ecco allora che il TPRM diventa un pilastro portante della resilienza aziendale che garantisce competitività e la possibilità di operare in mercati regolamentati e interconnessi. 

3. Il nuovo contesto: aziende sempre più dipendenti da fornitori e partner

Un’azienda moderna non è più un sistema chiuso ma il nodo di una rete mondiale composta da centinaia di migliaia di aziende, partner tecnologici, fornitori, consulenti, outsourcer e piattaforme digitali. Interconnessione e interdipendenza hanno significativamente ampliato il perimetro dei rischi aziendali, un tempo prettamente interni più che esterni. 

Con la globalizzazione le filiere e le catene di fornitura si sono sviluppate su scala internazionale, diventando più articolate e meno controllabili. Un’azienda può quindi interfacciarsi con partner e fornitori di altri paesi, con legislazioni diverse e standard di sicurezza molto eterogenei. 

Se un lato della medaglia è rappresentato dall’ampliamento del mercato di riferimento e dall’incremento dei profitti il risvolto è costituito dalle conseguenze che derivano dall’interconnessione. È sufficiente un evento critico in un punto della filiera per causare danni – economici e reputazionali – blocchi dell’operatività, ritardi all’azienda committente. 

Una parte della resilienza aziendale dipende infatti da soggetti e partner esterni che possono peraltro avere anche acceso privilegiato a sistemi, informazioni e processi aziendali. Contestualmente, le partnership commerciali sono sempre più complesse perché spesso un’azienda può affidarsi a partner che a loro volta si appoggiano a subfornitori: la rete così si amplia e si moltiplicano i rischi potenziali. 

L’azienda, oltre ai rischi diretti, deve quindi oggi preoccuparsi dei rischi indiretti che rappresentano una delle principali minacce per le imprese e che risultano particolarmente insidiosi perché difficili da intercettare. 

Una criticità può quindi propagarsi molto velocemente, generando impatti immediati. Questo dipende da un mix di fattori che comprendono l’interdipendenza tecnologica, la velocità dei flussi informativi, la responsabilità normativa e la sensibilità di clienti e stakeholder. 

4. I principali rischi legati alle terze parti

Una delle minacce più concrete e frequenti è il rischio operativo che può verificarsi quando una terza parte svolge attività critiche o fornisce componenti essenziali è sufficiente una qualsiasi disfunzione per generare un impatto negativo diretto sull’azienda committente. 

Tra i rischi operativi rientrano le interruzioni della supply chain con ritardi nella produzione, blocchi logistici, indisponibilità di materie prime o componenti che possono interrompere processi interni, rallentare la distribuzione, il mancato rispetto degli accordi, i problemi logistici e produttivi (incidenti, guasti, carenze di personale, errori di processo o mancanza di controlli presso il fornitore). 

Il rischio operativo è uno dei più insidiosi perché spesso emerge in modo improvviso e richiede capacità di risposta rapida. 

L’azienda che non controlla adeguatamente le terze parti può soprattutto esporsi a rischi finanziari poiché la solidità economica è un fattore determinante nei rapporti commerciali. Insolvenze, crisi aziendali, instabilità economica possono danneggiare anche l’azienda committente. 

Strettamente connesso agli altri tipi di rischio è il rischio reputazionale, un asset strategico in un mondo globalizzato e digitalmente interconnesso. Comportamenti non etici, controversie pubbliche, scandali, indagini giudiziarie possono avere impatti diretti anche sulla reputazione dell’azienda committente, con una perdita di credibilità nei confronti di clienti, altri partner e stakeholder. 

Ultimi ma più importanti sono i rischi legati alla cybersicurezza e alla compliance. Le terze parti sono infatti uno dei principali vettori di attacchi informatici e di rischio normativo. Condivisione di enormi moli di dati, uso di servizi cloud, interconnessione rendono vulnerabili le filiere. Una terza parte che non tuteli adeguatamente le proprie infrastrutture IT o non rispetti normative e regolamenti può procurare danni anche alle aziende con cui si interfaccia. Il rischio cyber è peraltro uno dei più impattanti perché può avere una propagazione rapida e molto vasta e come tale richiede un monitoraggio continuo, soprattutto per quanto riguarda le terze parti. 

La selezione delle controparti è un passaggio fondamentale, ma rappresenta solo l’inizio del processo di gestione del rischio. La due diligence iniziale fornisce una fotografia puntuale della terza parte in un determinato momento, ma non garantisce che le condizioni rimangano stabili nel tempo. In un contesto economico, tecnologico e normativo in continua evoluzione, limitarsi alla fase di onboarding significa esporsi a rischi che possono emergere successivamente e colpire l’azienda in modo improvviso.

5. Perché la gestione del rischio non può fermarsi alla fase di selezione

Il processo di selezione delle terze parti è fondamentale ma il controllo su di esse non può limitarsi alla fase iniziale del rapporto. Una due diligence iniziale è sicuramente indispensabile ma non sufficiente perché fotografa la situazione in un determinato momento e non può dare indicazioni su quelli che saranno gli eventuali rischi futuri. Molte criticità non sono infatti immediatamente visibili e altre possono manifestarsi una volta avviata la relazione commerciale. 

Il contesto aziendale e economico globale può evolvere molto rapidamente e sfuggire anche alle analisi più approfondite. Affidarsi unicamente a questo strumento significa considerare affidabile una terza parte sulla base di informazioni che, dopo pochi mesi, potrebbero essere superate dal tempo.

Le controparti, come tutte le aziende, non sono infatti entità statiche ma evolvono, si trasformano, affrontano pressioni di mercato, ristrutturazioni interne. Le situazioni finanziarie possono peggiorare da un momento all’altro, la governance può subire dei cambiamenti, gli investimenti in sicurezza o qualità possono essere ridotti. Ognuno di questi cambiamenti porta a auna variazione del livello di rischio associato alla terza parte. 

Infine, vi sono rischi non presenti al momento della selezione che però possono emergere in seguito come quelli operativi legati alle inefficienze, ai ritardi, agli errori di processo.

In un ecosistema interconnesso, il monitoraggio preventivo non è un’opzione: è una componente essenziale della governance del rischio. Solo attraverso controlli periodici è possibile garantire che la terza parte rimanga affidabile nel tempo e che la relazione commerciale non si trasformi in una fonte di vulnerabilità.

È solo attraverso questo approccio, da rinnovarsi nel tempo, che si possono intercettare segnali di deterioramento, aggiornare le valutazioni dei rischi, verificare il rispetto continuo della compliance, identificare per tempo minacce cyber e attivare misure correttive o piani di emergenza prima che l’impatto si propaghi. 

6. Il controllo delle terze parti come strumento di prevenzione

In un contesto in cui le aziende dipendono da un ecosistema sempre più ampio di fornitori, partner tecnologici, consulenti e intermediari, il controllo delle terze parti non può essere interpretato come un’attività ispettiva o come un adempimento formale. È, invece, un processo di conoscenza profonda e continuativa, che permette all’organizzazione di comprendere chi entra nella propria filiera, quali vulnerabilità porta con sé e come queste possano evolvere nel tempo. La prevenzione nasce proprio da questa capacità di conoscere, interpretare e anticipare.

La raccolta e la verifica delle informazioni rappresentano il primo passo di questo percorso. Non si tratta solo di acquisire documenti, certificazioni o dati finanziari, ma di costruire un quadro informativo completo che includa elementi reputazionali, comportamentali, operativi e di compliance. Ogni informazione deve essere contestualizzata, verificata e aggiornata, perché la realtà delle controparti è dinamica: aziende solide possono attraversare periodi di instabilità, governance trasparenti possono cambiare, modelli di business possono evolvere introducendo nuovi rischi. La conoscenza iniziale è indispensabile, ma non è sufficiente a garantire affidabilità nel lungo periodo.

Il controllo delle terze parti contribuisce anche a rafforzare la trasparenza nelle relazioni di business. Quando un’azienda dimostra di conoscere i propri partner, di monitorarne l’operato e di richiedere standard elevati di comportamento, crea un ambiente di fiducia reciproca e di responsabilità condivisa. La trasparenza non è solo un valore etico: è un fattore competitivo che riduce le zone d’ombra, limita le ambiguità e permette di costruire rapporti più solidi e più resilienti. In un mercato in cui la reputazione è fragile e la velocità delle informazioni amplifica ogni criticità, la trasparenza diventa una forma di protezione.

Il monitoraggio programmato delle terze parti svolge inoltre una funzione essenziale di supporto ai processi decisionali. Le scelte strategiche — dall’affidamento di attività critiche alla selezione di nuovi partner, dalla gestione dei contratti alla pianificazione della continuità operativa — richiedono informazioni aggiornate e affidabili. Senza un monitoraggio costante, il management rischia di basare le proprie decisioni su dati superati, percezioni incomplete o valutazioni non più aderenti alla realtà. La qualità delle decisioni dipende dalla qualità delle informazioni: il controllo delle terze parti garantisce che queste informazioni siano solide, tempestive e rilevanti.

La prevenzione dei rischi è il risultato finale di questo processo. Prevenire significa intercettare segnali deboli, riconoscere anomalie, individuare cambiamenti che potrebbero trasformarsi in criticità. Significa evitare che un problema nascosto diventi un incidente operativo, una violazione informatica, una crisi reputazionale o un contenzioso normativo. Significa proteggere l’azienda prima che l’impatto si manifesti. È qui che si concentra il valore più alto del controllo delle terze parti: nella capacità di anticipare, non di reagire; di leggere il contesto, non di subirlo; di trasformare la conoscenza in sicurezza.

In un ambiente interconnesso, complesso e veloce, la prevenzione non è un vantaggio: è una necessità. Il controllo delle terze parti, inteso come processo di conoscenza continua, diventa così uno strumento strategico per garantire resilienza, affidabilità e sostenibilità nel tempo. Non è un’attività di verifica: è una forma evoluta di tutela dell’impresa.

7. Dalla due diligence al monitoraggio programmato delle controparti

La gestione del rischio di terze parti non può limitarsi alla verifica iniziale o alla raccolta di informazioni al momento della selezione. In un ecosistema complesso, dinamico e interconnesso, l’affidabilità di un partner non è un attributo statico, ma una condizione che evolve nel tempo e che richiede un presidio continuo. L’analisi preventiva dei partner rappresenta quindi il primo passo di un processo più ampio, che mira a comprendere non solo chi è la controparte, ma come potrebbe cambiare, quali vulnerabilità potrebbe manifestare e quali impatti potrebbe generare sull’azienda.

Monitorare le variazioni societarie è una componente essenziale di questo approccio. Le controparti possono attraversare fasi di trasformazione che incidono direttamente sul loro livello di rischio: cambi di proprietà, nuovi amministratori, acquisizioni, fusioni, ristrutturazioni interne, variazioni del capitale sociale o modifiche nella governance. Ogni cambiamento può alterare la stabilità dell’organizzazione, influenzare la qualità dei processi, modificare le priorità strategiche o introdurre nuove aree di vulnerabilità. Senza un monitoraggio costante, l’azienda rischia di basare le proprie decisioni su un’immagine superata del partner, ignorando segnali che potrebbero anticipare criticità future.

La valutazione dell’affidabilità nel tempo è il naturale completamento di questa attività. Non basta sapere che un partner è affidabile oggi: occorre capire se lo sarà anche domani, se dispone delle risorse necessarie per garantire continuità, se mantiene standard elevati di sicurezza, se investe nella qualità dei processi, se reagisce in modo adeguato alle pressioni del mercato o alle evoluzioni normative. L’affidabilità è un concetto dinamico, che richiede osservazione, aggiornamento e capacità di interpretazione. Una controparte solida può indebolirsi progressivamente; una realtà stabile può attraversare periodi di tensione; un fornitore strategico può diventare improvvisamente vulnerabile. La valutazione continua permette di intercettare queste traiettorie prima che si trasformino in problemi.

Il controllo dei segnali deboli è la dimensione più avanzata della prevenzione. I segnali deboli sono micro-indicatori che, presi singolarmente, non costituiscono evidenze, ma che nel loro insieme delineano pattern di rischio: anomalie nei comportamenti, incoerenze documentali, irregolarità nei flussi informativi, variazioni improvvise nelle relazioni interne o con terze parti, cambiamenti non spiegati nella struttura operativa, tensioni organizzative, piccoli ritardi ricorrenti, oscillazioni nella qualità del servizio. Leggere i segnali deboli significa cogliere ciò che non è ancora un problema, ma potrebbe diventarlo; significa anticipare, non reagire; significa trasformare la conoscenza in protezione.

L’approccio preventivo alla gestione del rischio si fonda proprio su questa capacità di osservare, correlare e interpretare. Prevenire non significa evitare ogni rischio, ma ridurre la probabilità che un evento critico si manifesti senza preavviso. Significa dotarsi di un sistema di controllo che non si attiva solo quando il problema è già esploso, ma che lavora costantemente per intercettare le anomalie, comprendere le evoluzioni e proteggere l’azienda prima che l’impatto si materializzi. È un modello di governance evoluto, che considera la filiera come un organismo vivo e che riconosce che la resilienza non nasce dalla reazione, ma dalla capacità di anticipare.

In questo senso, l’analisi preventiva dei partner, il monitoraggio delle variazioni societarie, la valutazione dell’affidabilità nel tempo e la lettura dei segnali deboli non sono attività tecniche isolate ma gli elementi di un sistema di sicurezza informativa e reputazionale che permette all’azienda di operare con maggiore consapevolezza, ridurre le zone grigie, rafforzare la continuità operativa e proteggere il proprio valore nel lungo periodo.

8. Intelligence aziendale e gestione del rischio di terze parti 

L’intelligence aziendale è diventata una componente essenziale nella gestione del rischio di terze parti, perché consente alle organizzazioni di comprendere e governare un perimetro operativo che oggi si estende ben oltre i confini aziendali. In un ecosistema fatto di fornitori, partner, consulenti e piattaforme esterne, le informazioni rappresentano una risorsa strategica: sono ciò che permette di vedere, interpretare e anticipare le dinamiche che possono incidere sulla continuità operativa, sulla reputazione e sulla conformità normativa.

Considerare le informazioni come un asset significa riconoscere che la loro qualità, tempestività e affidabilità determinano la capacità dell’azienda di prendere decisioni consapevoli. L’intelligence non si limita a raccogliere dati, li trasforma in evidenze utili alla governance, individuando segnali deboli, pattern di rischio e correlazioni che aiutano a prevenire incidenti e a rafforzare la resilienza organizzativa.

Nella gestione del rischio di terze parti, questa capacità analitica è particolarmente rilevante. Le controparti possono generare impatti reputazionali e operativi che ricadono direttamente sull’azienda committente. Un fornitore coinvolto in controversie legali, pratiche scorrette o violazioni normative può compromettere l’immagine dell’organizzazione, così come un partner tecnologico con vulnerabilità non gestite può esporre a incidenti di sicurezza o interruzioni di servizio. L’analisi dei rischi, quindi, non è una fotografia statica ma un processo dinamico che richiede monitoraggio ripetuto nel tempo, lettura dei trend e valutazione delle implicazioni operative.

La valutazione delle controparti diventa così un’attività strutturata che integra diversi livelli di approfondimento. Alla due diligence documentale si affiancano l’analisi informativa esterna, il monitoraggio dei media, la consultazione di database di compliance e la verifica della postura di sicurezza. A questi elementi si aggiungono le valutazioni tecniche, gli audit, gli assessment IT e le verifiche di resilienza. La relazione con la terza parte non si esaurisce con l’ingresso in fornitura: richiede un ciclo di controllo che accompagna l’intero rapporto, aggiornando costantemente il livello di rischio.

Questo approccio offre un contributo decisivo alla governance aziendale. Il management può basare le proprie scelte su evidenze e non su percezioni, garantendo tracciabilità, accountability e proporzionalità delle decisioni. L’intelligence favorisce inoltre l’allineamento tra procurement, compliance, sicurezza e funzioni operative, creando un modello di governo più integrato e capace di anticipare le criticità.

La gestione del rischio di terze parti è infatti un punto di convergenza naturale tra compliance e security management. Le normative – dal GDPR al DORA, dalle linee guida EBA ai requisiti anticorruzione ed ESG – impongono controlli rigorosi sulle controparti. Allo stesso tempo, la sicurezza informatica deve valutare posture, vulnerabilità, incidenti e minacce che spesso si manifestano proprio attraverso fornitori e partner. L’intelligence permette di unire questi due mondi, offrendo una visione completa e coerente del rischio e supportando un modello di prevenzione più efficace.

In questo scenario, l’informazione è il fondamento su cui si costruisce la capacità dell’azienda di essere resiliente, consapevole e in grado di governare il proprio ecosistema esteso.

9. Il ruolo di Dogma nella gestione del rischio di terze parti 

Nel contesto della gestione del rischio di terze parti, Dogma svolge un ruolo decisivo grazie a un approccio investigativo che combina analisi informativa, competenze tecniche e capacità di lettura strategica delle controparti. 

La due diligence non viene trattata come un semplice adempimento, ma come un processo di intelligence che permette di ricostruire la reale affidabilità di fornitori e partner attraverso verifiche reputazionali, societarie e operative condotte con metodo investigativo. 

L’analisi delle controparti non si limita alla raccolta di dati: interpreta segnali, connessioni, anomalie e contesti, offrendo alle aziende una visione chiara dei rischi potenziali e delle implicazioni sulla continuità del business.

A questo si affianca un monitoraggio preventivo che consente di individuare tempestivamente criticità emergenti, variazioni di rischio, esposizioni reputazionali o vulnerabilità operative, trasformando la relazione con la terza parte in un processo dinamico e controllato. Il vero differenziale di Dogma risiede nella capacità di integrare investigazione, intelligence e governance, supportando le aziende nella prevenzione dei rischi operativi, reputazionali e strategici con un livello di profondità che le piattaforme automatiche non possono offrire.

Dogma fornisce quindi informazione, comprensione, contesto e giudizio professionale per un risultato efficace per il cliente. 

10. Gestire il rischio di terze parti per proteggere il valore dell’impresa 

Gestire il rischio di terze parti significa proteggere il valore dell’impresa in tutte le sue dimensioni: dalla continuità operativa alla tutela della reputazione, dalla riduzione dell’esposizione ai rischi alla capacità di prendere decisioni realmente consapevoli. In un contesto in cui fornitori, partner e piattaforme esterne incidono direttamente sui processi critici, la prevenzione diventa un vantaggio competitivo

Un sistema di controllo efficace permette di anticipare le vulnerabilità, evitare interruzioni, contenere gli impatti reputazionali e mantenere stabile la performance aziendale anche in situazioni di incertezza. La gestione del rischio di terze parti non è quindi un esercizio formale, ma una leva strategica che consente all’impresa di operare con maggiore sicurezza, di proteggere il proprio capitale reputazionale e di rafforzare la propria posizione sul mercato attraverso scelte informate e tempestive. In questo equilibrio tra prevenzione, consapevolezza e resilienza si manifesta il vero valore di un approccio maturo al TPRM: la capacità di trasformare il controllo delle controparti in una forma concreta di protezione del business.

Conclusione

La gestione del rischio di terze parti non è più un’attività marginale né un semplice esercizio di conformità. È diventata una funzione strategica che permette alle aziende di conoscere davvero il proprio ecosistema di relazioni, comprendere come ogni partner incida sulla continuità operativa e valutare con lucidità quali vulnerabilità potrebbero trasformarsi in criticità. In un mercato complesso, interconnesso e regolamentato, la capacità di anticipare i rischi e di leggere i segnali deboli rappresenta una forma concreta di protezione del valore aziendale: tutela la reputazione, riduce l’esposizione a incidenti operativi, rafforza la resilienza e consente di prendere decisioni più consapevoli.

Investire in processi di intelligence, in verifiche qualificate e in un monitoraggio costante delle controparti significa dotarsi di una visione più profonda e più realistica del contesto in cui l’impresa opera. Significa trasformare la prevenzione in un vantaggio competitivo, perché un’azienda che conosce i propri partner, che controlla i rischi e che governa la propria filiera è un’azienda più solida, più credibile e più capace di affrontare l’incertezza. In definitiva, la gestione del rischio di terze parti non riguarda solo il presente: è una scelta strategica che protegge il futuro dell’organizzazione, ne sostiene la crescita e ne consolida la capacità di operare in modo sicuro, sostenibile e competitivo nel tempo.

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