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Security Manager e intelligence preventiva: il nuovo modello di protezione degli asset aziendali

Oggi la figura del security manager assume un ruolo centrale. Non può più limitarsi a intervenire a crisi avvenuta ma deve agire come analista del rischio e decisore strategico. Vediamo come cambia il ruolo del Security Manager nel 2026.

 
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Security Manager e intelligence preventiva: il nuovo modello di protezione degli asset aziendali

Oggi la figura del security manager assume un ruolo centrale. Non può più limitarsi a intervenire a crisi avvenuta ma deve agire come analista del rischio e decisore strategico. Vediamo come cambia il ruolo del Security Manager nel 2026.

La sicurezza aziendale non è mai stata così complessa. Nel 2026, le imprese si trovano immerse in un ecosistema caratterizzato da minacce continue, ibride e trasversali, dove confini e settori non rappresentano più barriere reali. L’idea tradizionale di rischio come evento isolato è ormai superata: oggi la sicurezza è un flusso, non un intervento. I dati e le tendenze in atto confermano questo quadro, mostrando come gli attacchi cyber, le vulnerabilità interne e le pressioni normative abbiano trasformato il panorama della protezione aziendale. 

Per anni la sicurezza è stata percepita come qualcosa di puntuale: un evento, un incendio, un furto, un attacco informatico specifico da fronteggiare. Oggi, invece, il rischio è un flusso, non un episodio. Le minacce non si presentano più in modo isolato ma seguono logiche di persistenza. Dai tentativi di intrusione informatica che si ripetono quotidianamente alle manipolazioni reputazionali sui social, fino alle interferenze nelle catene di fornitura: tutto avviene in maniera connessa, simultanea e spesso invisibile. 

Le aziende non possono più considerare la sicurezza come una risposta a un problema, devono invece trattarla come una funzione strategica, integrata nei processi decisionali e sostenuta da strumenti di previsione, monitoraggio e risposta coordinata. La continuità del rischio impone infatti la necessità di abbandonare il paradigma “reattivo” per abbracciare invece un approccio predittivo

In tale contesto la figura del security manager assume un ruolo centrale. Non può più limitarsi a intervenire a crisi avvenuta ma deve agire come analista del rischio, coordinatore trasversale e decisore strategico. A questo professionista è richiesto il costante monitoraggio delle minacce fisiche e digitali, la gestione di scenari ibridi in cui le minacce si manifestano su più livelli, la collaborazione con esperti cyber, criminologi, investigatori e analisti. 

Nella governance del rischio è quindi diventato centrale il concetto di minaccia ibrida. Questo perché il confine tra mondo fisico e digitale è ormai dissolto. L’approccio alla sicurezza deve quindi essere “phygital”: la protezione delle infrastrutture fisiche e quella delle informazioni digitali devono essere integrate in un unico modello operativo. 

Una sicurezza aziendale si rivela quindi efficace laddove mostra una notevole capacità di anticipare gli scenari di rischio. Le organizzazioni più avanzate stanno infatti adottando, a questo proposito, early warning system per individuare anche deboli segnali di minaccia, analisi OSINT e SOCMINT per monitorare dinamiche esterne e comportamenti potenzialmente ostili, digital forensics per rispondere agli incidenti e prevenire le recidive, modelli integrati di governance che uniscono risk management, cyber security e investigazioni. 

Come cambia il ruolo del Security Manager nel 2026

La trasformazione profonda dei contesti aziendali, l’evoluzione delle minacce ibride e l’integrazione tra sicurezza fisica, cyber e reputazionale hanno reso necessaria un’evoluzione anche della figura del security manager. Questi non è più un semplice presidio tecnico-operativo ma diventa interprete strategico del rischio, chiamato a leggere scenari complessi, anticipare fenomeni e guidare le decisioni aziendali: un architetto della resilienza complessiva dell’organizzazione. 

Questo professionista si muove in un contesto caratterizzato dall’espansione delle superfici di attacco, dalla crescente interdipendenza tra processi critici e dalla fragilità degli ecosistemi digitali che richiedono visione strategica, capacità analitica e leadership operativa. 

Il security manager diventa quindi, da un lato, un punto di riferimento costante per la governance aziendale supportando i vertici nelle scelte di investimento, nella definizione dei livelli di rischio accettabili e nella valutazione dell’impatto delle decisioni di business sulla sicurezza e, dall’altro, mantiene un ruolo operativo evoluto guidando team interdisciplinari che comprendono specialisti cyber, investigatori e esperti di intelligence, risk analyst, responsabili della business continuity e figure della comunicazione di crisi. 

La natura “phygital” dei contesti aziendali richiede poi che le infrastrutture critiche, gli spazi aziendali, le identità digitali e le catene di fornitura vengano letti come parti di un unico sistema e, in ragione di ciò, al security manager viene chiesto di unire tecnologia, processi e comportamenti umani adottando un approccio basato sui dati, sugli indicatori predittivi e sugli scenari dinamici. Non è da trascurare la dimensione culturale: il security manager non deve imporre regole ma promuovere una cultura diffusa della consapevolezza del rischio, intervenendo sulla formazione, sulla comunicazione interna e sulla responsabilizzazione delle risorse umane. 

Un ruolo, il security manager, lo gioca anche verso l’esterno nella relazione con autorità, partner, fornitori, media e comunità locali per una gestione del rischio che diventa così un esercizio multilivello. 

Cos’è l’intelligence aziendale applicata alla sicurezza?

L’intelligence aziendale applicata alla sicurezza trasforma dati eterogenei in informazioni azionabili: raccoglie e correla log di rete, telemetria endpoint e feed di threat intelligence per abilitare rilevamento proattivo, prioritizzazione degli alert e risposta automatizzata agli incidenti. 

Grazie a questi processi le organizzazioni riducono i falsi positivi, accorciano i tempi di rilevamento e risposta) e migliorano la conformità normativa. Un approccio data-driven consente inoltre attività di threat hunting e analisi predittiva per proteggere asset critici e limitare l’impatto di attacchi mirati. 

Perché la sicurezza reattiva non è più sufficiente

L’interconnessione e gli attacchi informatici sempre più mirati hanno reso obsoleta e inefficace la strategia basata sulla reazione alle minacce. L’approccio reattivo non può essere la risposta a minacce e danni che determinano interruzioni dell’attività, conseguenti perdite economiche e danni reputazionali. 

La superficie di attacco è infatti cresciuta, le reti IT/OT sono convergenti e intervenire dopo l’incidente significa spesso scoprire la compromissione quando il danno è già fatto. Gli autori degli attacchi sfruttano inoltre la prevedibilità, giocando sulle vulnerabilità note e sui comportamenti umani.

In assenza di una strategia proattiva e preventiva gli attacchi possono comportare la compromissione delle linee produttive o degli impianti, con impatti diretti sulla produzione e sulla sicurezza fisica. 

Una gestione ex post comporta costi più alti dovuti alla gestione dell’incidente, alle sanzioni GDPR e alla perdita di fiducia da parte della clientela. La sicurezza reattiva si traduce anche in una inefficienza degli investimenti poiché spendere per reagire significa spesso riallocare risorse che avrebbero potuto ridurre il rischio complessivo. 

L’intelligence preventiva nella protezione degli asset

Gli asset aziendali non sono costituiti soltanto dai beni materiali ma anche dalle risorse umane, dai dati e dalle informazioni, dal know-how, dalle relazioni e dalla reputazione. La strategia di security management deve essere finalizzata a proteggere l’intero ecosistema aziendale, senza eccezioni. 

Rispetto alle minacce interne l’intelligence preventiva può individuare segnali deboli, contribuisce a ridurre il rischio di furto o perdita dei dati e limita l’impatto operativo automatizzando il rilevamento, l’indagine e la risposta. L’obiettivo è la riduzione degli incidenti involontari, dolosi o la compromissione degli account. 

A livello organizzativo l’intelligence può invece agire mappando processi, ruoli e fornitori, monitorando segnali comportamentali e di processo e traducendo insight strategici in controlli e policy operativi con l’obiettivo di ridurre i rischi sistemici quali gli errori di processo, le frodi interne e le vulnerabilità nella supply chain.

Sul fronte digitale l’intelligence può intervenire combinando la mappatura degli asset, la raccolta di log centralizzata, l’arricchimento con threat intelligence esterna, l’analisi comportamentale e l’automazione per individuare le minacce sul nascere e intercettarne i primi segnali. 

Dal controllo occasionale al monitoraggio continuo 

Il principale driver di cambiamento che ha determinato il passaggio da un approccio orientato alla reattività e al controllo occasionale a uno basato sul monitoraggio continuo è stato l’ampliarsi delle superfici di attacco con l’integrazione tra minacce fisiche e digitali, unito alla sofisticazione sempre più marcata delle minacce. 

L’approccio occasionale, basato su verifiche periodiche, audit manuali e patching a intervalli – ancora efficace in ambienti semplici – non risulta più adatto a sistemi distribuiti e a realtà particolarmente ampie. 

L’aumento e la costante evoluzione delle minacce, la diffusione di infrastrutture cloud/OT ibride e i costi conseguenti agli attacchi e alle violazioni hanno reso indispensabile un approccio basato su un monitoraggio in tempo reale che consenta di intervenire ancora prima che l’attacco si perfezioni. 

Il valore strategico dell’intelligence per il management

L’intelligence – che sia competitiva, strategica o basata su dati avanzati – offre al management un valore aggiunto molto più profondo di quanto spesso si creda. Non è solo “informazione”, ma un metodo decisionale che riduce l’incertezza, anticipa i rischi e permette di muoversi con lucidità in contesti complessi.

In primis, l’intelligence trasforma i dati dispersi in insight strutturati contribuendo alla riduzione dell’incertezza decisionale. Questo, per il management, significa poter distinguere segnali reali dal rumore informativo, prendere decisioni basate su evidenze e 

Un sistema di intelligence ben costruito consente poi di anticipare i rischi e le opportunità intercettando i cambiamenti normativi imminenti, le mosse dei competitor, le evoluzioni tecnologiche e le vulnerabilità interne. 

Il management, grazie all’intelligence, può collegare obiettivi di lungo periodo con azioni operative, verificare la coerenza tra strategia dichiarata e strategia effettiva, evitare decisioni a silos. 

Il poter disporre di insight chiari consente inoltre al management di accorciare il processo decisionale, indicare priorità più nette e consente ai team di lavorare con meno ambiguità

L’impatto più evidente si ha certamente sulla gestione del rischio reputazionale e regolatorio individuando criticità prima che diventino crisi, supportando la compliance e consentendo comunicazioni istituzionali più solide e credibili. 

Il management che ricorre all’intelligence comunica con maggiore autorevolezza, motiva meglio i propri team spiegando il perché delle scelte, appare più lucido e affidabile agli stakeholder. 

L’intelligence segna quindi il passaggio da un management reattivo a un management predittivo, informato e strategico. Non fornisce soltanto dati ma garantisce posizionamento, contesto e direzione. 

In Conclusione: la sicurezza non è un intervento occasionale

La sicurezza aziendale contemporanea richiede un cambio di paradigma: il Security Manager non può più limitarsi alla gestione dell’emergenza, ma deve operare attraverso dati, analisi e continuità. L’intelligence preventiva diventa così il modello di protezione più efficace, perché consente di leggere i segnali deboli e intercettare i rischi prima che si trasformino in criticità operative. In questo scenario, la sicurezza non è un intervento occasionale, ma un processo costante che sostiene la stabilità dell’organizzazione e tutela persone, informazioni e reputazione.

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